Uomini e Profeti Teshuvà e riparazione: tornare al Maimonide
Teshuvà e riparazione: tornare al Maimonide
Tradotta impropriamente con «pentimento», teshuvà è una parola ebraica che significa ritorno, nel senso, diremmo psicoanalitico, di tornare al luogo dove si è è inferta una lacerazione per elaborarla attraverso la parola. Per molti versi, l'antitesi dell'amnistia frequentemente utilizzata dalla civiltà greca, altra grande radice della cultura occidentale dopo quella biblica, per superare conflitti passati. È, dunque, un termine che sottende una logica riparativa emersa per la prima volta nella narrazione biblica con i sette principi noachidi consegnati dal Signore a Noè al termine del mabul, termine tradotto, ancora una volta impropriamente, con diluvio. Le norme per condurre una corretta teshuvà sono descritte in un trattato, compreso nel monumentale Mishnè Torah, dalla più alta figura del medioevo ebraico: Rav Moshè bel Maimon, noto col nome di Maimonide. Un tentativo, ancora incompleto nei moderni impianti giuridici, di fondare una forma di giustizia alternativa a quella retributiva per cui ad un reato corrisponde una pena. Tzedek, tzedek tirdof (Giustizia, giustizia perseguirai) è scritto in Deuteronomio 16, 20: cercherai nella giustizia ciò che è giusto. Allora le parti coinvolte saranno libere di proseguire il cammino interrotto. "Teshuvà e riparazione: tornare al Maimonide" con Davide Assael.